
ELSE, anatomia della paura
di Corrado d’Elia
Liberamente ispirato a La signorina Else di Arthur Schnitzler
Regia di Davide Gasparro
Supervisione artistica di Corrado d’Elia
Con Chiara Salvucci, Andrea Bonati, Valeria Ducato
assistente regia Angelica Brocato
scene Chiara Salvucci
collaborazione scene Luna Maiore, Chiara Negrisoli
tecnico Francesca Brancaccio
fotografa di scena Emma Terenzio
Produzione Compagnia Corrado d’Elia
Si ringrazia Funtastic shop di Stefano Di Pumpo
Una giovane donna viennese, un Grand Hotel sospeso nel tempo, una lettera che incrina per sempre la superficie perfetta della realtà. Else, anatomia della paura nasce dal capolavoro di Arthur Schnitzler e ne rinnova la voce: la storia di una ragazza che, per salvare la propria famiglia dalla rovina, è costretta a chiedere aiuto a un potente amico di casa. L’uomo accetta, ma impone un prezzo terribile: il corpo di Else. Inizia così un viaggio nella paura più profonda: la paura del giudizio, della solitudine, del desiderio, del corpo esposto, della scelta impossibile. Un viaggio fatto di risvegli improvvisi, visioni, allucinazioni, ripetizioni ossessive. La mente di Else diventa lo spazio scenico: un luogo fragile, spezzato, dove sogno e realtà si confondono e il tempo perde consistenza.
Il suo monologo interiore, attraversato dalla voce di Amleto e dalle ombre della borghesia viennese, costruisce un universo mentale che brucia di angoscia e di desiderio di libertà. Ogni gesto, ogni pensiero, è un passo verso un precipizio che sembra inevitabile. Il momento culminante è il ballo di Else, un atto di ribellione estrema: un corpo che non si lascia più comprare ma afferma, nel gesto estremo, la propria verità. È una danza tra Eros e Thanatos, una sfida disperata a un mondo che la vuole muta e docile.
Lo spettacolo invita lo spettatore dentro questa spirale: nella paura che immobilizza, nella paura che trasforma, nella paura che libera. In un’atmosfera sospesa, mitteleuropea, raffinata e inquieta, prende forma una figura femminile di oggi e di sempre, costretta a scegliere tra la propria dignità e il destino della sua famiglia.
Else è un grido trattenuto, un sogno spezzato, una domanda che ancora risuona:
quanta paura può sopportare un’anima prima di frantumarsi?
Note di regia
Else appartiene a un immaginario profondamente mitteleuropeo: l’eleganza di una società che teme l’ombra, la disciplina delle forme, la borghesia viennese che si aggrappa alle apparenze per non guardare il vuoto che la abita. In questo ambiente sospeso e impeccabile nasce la paura più moderna: la paura di crescere, di diventare adulti in un mondo che chiede sempre qualcosa in cambio, spesso troppo.
Lo spettacolo esplora questa paura attraverso un linguaggio scenico fatto di sogni, risvegli, ripetizioni e fratture. La scena rivela la mente di Else: un luogo dove il tempo non scorre in linea retta, ma si avvolge su sé stesso, come le spirali dei pensieri che tormentano i giovani di oggi. L’hotel, simbolo della raffinatezza viennese, è anche una prigione dorata, un luogo che promette protezione ma impone sacrifici. È il salotto buono di una generazione che ha paura di fallire, di non essere all’altezza e di non essere vista.
Else incarna il conflitto della nostra epoca: genitori fragili, figli caricati di un futuro troppo grande, famiglie che chiedono ai giovani di riparare ciò che loro stessi non sono riusciti a custodire. È un patrimonio emotivo comune, oggi come allora: figli che diventano genitori dei propri genitori, schiacciati da aspettative, fantasmi, doveri non scelti. La paura di Else non è solo quella del corpo esposto: è la paura di un’esistenza già segnata, la paura di sbagliare strada, la paura di non riuscire a dire “no”. È la stessa paura che attraversa molti giovani della nostra società iperconnessa e fragile, dove ogni scelta sembra definitiva e ogni fallimento irreversibile.
La regia lavora su questa tensione: un corpo giovane in un mondo vecchio, una mente che cerca aria in un luogo che non respira. Attraverso il movimento, la danza, il frammento onirico, Else tenta di liberarsi da un destino già scritto. Il suo ballo finale diventa un gesto mitico e crudele: un rito di passaggio negato, un tentativo disperato di diventare adulta nel solo modo che le viene concesso.
“È questo il mio posto nel mondo, o posso ancora scegliere chi essere?”